Andrea G. Pinketts e la letteratura “noir”: i grandi investigatori preferiscono la birra.

Andrea G. Pinketts e la letteratura “noir”: i grandi investigatori preferiscono la birra.

Questo articolo, a ricordo dello scrittore noir Andrea G. Pinketts, è dedicato agli amanti dei libri gialli e ovviamente agli appassionati di birra.

Era marzo o aprile 1984 e mi trovavo a girare per locali milanesi per capire quali birre venivano consumate.

Mi documentavo per raccogliere idee e materiali da pubblicare sulla rivista Il Mondo della Birra, che avevo fondato giusto un anno prima.

La birra in quegli anni stava incontrando un crescente successo, soprattutto fra i giovani, e volevo vedere come veniva vissuta in un locale frequentato da artisti.

Così entrai a Le Trottoir, un locale di Milano in zona Garibaldi frequentato da artisti: pittori, scrittori, musicisti, fotografi, eccetera.

Con una certa soddisfazione notai che sui tavoli e in mano agli avventori c’erano parecchi bicchieri di birra.

Ordinai una Guinness (non era facilissimo trovarla in quegli anni) e mentre ero alla ricerca di un posto per sedermi notai un giovane seduto ad un tavolino d’angolo che stava bevendo anche lui una pinta di Guinness.

Il posto era molto affollato e mentre mi guardavo intorno il giovane mi indicò un posto libero al suo tavolo.

Fu così, sorseggiando una Guinness, che incominciammo a parlare.

Gli raccontai della rivista e gli spiegai che proprio grazie alla Guinness, e alcuni viaggi in Irlanda, avevo intrapreso la mia nuova attività editoriale.

Mi disse di essere un giornalista, grande appassionato di gialli, di essere uno scrittore e di amare molto la birra.

“Mio padre è irlandese”, mi confidò, “Credo di averla ereditata questa passione”, puntualizzò scherzando.

Parlammo molto di birra e poco di gialli, probabilmente perché è un tipo di letteratura che mi era praticamente sconosciuto.

Al momento di lasciarci Andrea, così si chiamava, mi chiese il telefono e l’indirizzo del mio ufficio.

“Ti farò un pezzo sulla birra nei libri gialli”, mi disse, sicuro che l’idea mi sarebbe piaciuta.

Dopo una settimana, senza nessun preavviso, Andrea Pinketts si presentò in redazione.

“Ecco il pezzo, te lo regalo, sono sicuro che ti piacerà” e mi mise sulla scrivania i fogli con l’articolo.

Avevo alcune persone in ufficio e non ebbi modo di trattenermi con lui.

Salutandomi mi disse scherzosamente: “La mia redazione è a El Trottoir, se passi ci facciamo un’altra Guinness insieme”.

L’articolo era molto interessante: non era un mero elenco dei personaggi protagonisti dei gialli che bevevano birra, ma analizzava le diversità fra varie figure di investigatori della letteratura inglese e americana.

Ci andai, al Trottoir, quando l’articolo uscì sulla rivista.

Gliene portai alcune copie, così bevemmo la nostra seconda Guinness insieme e chiacchierammo, ma sempre interrotti dai tanti amici che volevano salutarlo e ogni volta il dialogo si spostava su altri argomenti.

Confesso che faticavo a seguirlo anche sul numero delle birre che ad ogni incontro venivano messe in tavola.

Purtroppo, preso dal lavoro che mi portava a fare molti viaggi e gli impegni di redazione non mi permisero di incontrare altre volte Andrea.

Nel corso degli anni ebbi però modo di venire a conoscenza dei suoi numerosi successi.

Quello che mi colpì in particolare di Andrea Pinketts era la sua sicurezza nelle propria capacità di scrittore.

Non era arrogante, non si dava delle arie, ma a soli 24 anni si muoveva già con la naturalezza di uno scrittore di successo.

Andrea G. Pinketts è nato a Milano nel 1961 ed è mancato a soli 57 anni.
Giornalista e scrittore sono state le principali attività, ma nella sua carriera ha fatto anche l’attore in ‘Montenapoleone’ di Vanzina, dove interpretava il ruolo di giornalista. Ci vorrebbe un intero libro per descrivere le tante attività svolte, ma in questa presentazione devo essere sintetico e concentrarmi sullo scrittore di libri “noir”. Ha scritto 25 libri fra i quali vorrei ricordare il primo: Lazzaro vieni fuori del 1991. Nel corso della sua carriera ha vinto 15 Premi letterari e la Medaglia d’Onore della Repubblica Francese per meriti artistici e culturali.

Al nuovo El Trottoir, aperto in Piazzale XXIV Maggio, dopo la chiusura del vecchio in Garibaldi, al primo piano c’è una saletta dedicata a lui, dove spesso venivano organizzati degli incontri letterari.

Quelli della birra facile di Andrea G. Pinketts.

Indagine tra i più abili detectives della letteratura gialla.

La birra si muove agilmente tra «duri», spie, gentleman e Magnum 45. Dal bonario Maigret al ruvido Marlowe, bionda o bruna “lei” c’è sempre. Non vi pagina nella letteratura gialla dove la birra non compaia da protagonista. La bevono direttamente dalle lattine i «private eye» americani, la sorseggiano dai boccali commissari sornioni.

Il romanzo giallo ha in comune con la birra, oltre a una disponibilità cromatica che scala appunto dal giallo oro al nero, la facile, ingiustificata, semplicistica nomea di sottogenere: Paolo Monelli, divulgatore considerato “illuminato”, precipita nel black-out del partigianesimo alcoolico dichiarando:

“La birra è la parente povera del vino”, o peggio “Beverone che bisogna ingurgitare a galloni se si vuole raggiungere l’ebbrezza, un’ebbrezza torpida che addormenta la fantasia e scolora i colori”.

Discutibilissima l’osservazione di Monelli.

Ci si chiede se proprio vuole raggiungere l’ebbrezza da centometristi, può sempre fumare oppio a Hong, o bere alcool denaturato.

Del resto “il giallo” ha un detrattore altrettanto subdolo:

Leonardo Sciascia che sguazza nel giallo “geografico” con la copertura del romanzo verité.

Dice Sciascia:
“Nel romanzo poliziesco il lettore si identifica col personaggio di spalla, cioè accetta a priori, per pregiudizio, un ruolo di inferiorità e passività intellettuale”.

Sciascia, una tantum, si dimostra un miope guarda al microscopio solo i gialli della sua Sicilia.

Invertiamo i ruoli: come la penserà Monelli a proposito del “giallo” e Sciascia a proposito della birra?

Di Monelli so per certo, che è gran gourmet, quanto a Sciascia, ci giurerei, beve solo Marsala.

Interrompiamo il parallelismo dei detrattori con un’osservazione: né il giallo né la birra sono parenti poveri di qualcuno.

Hanno natura propria che rifiuta paragoni.

Bere birra non esclude saper apprezzare uno chablis, e leggere un giallo non impedisce di degustare i pensieri morali di Confucio, tanto più essendo il filosofo, “giallo”, se non altro di pigmentazione.

Quanto all’origine nobile, la birra risale agli Assiro Babilonesi: ex oriente lux.

E il romanzo giallo può genealogicamente arrampicarsi sull’albero del primo delitto biblico: Caino “fredda” Abele, ma viene scoperto da Dio.

Potremmo continuare a lungo coi parallelismi ma, una volta tanto, facciamo incontrare le due parallele.

Un incontro che più che un «big bang» sarà un «bang bang», visto l’argomento, ma altrettanto significativo per i cultori dell’uno e dell’altro genere.

E perché no, di tutti e due: la birra smussa l’intolleranza.

Nel “giallo” esistono due scuole geografiche, due paesi colonialisti anche come scuola letteraria: l’inglese e l’americano.

La scuola inglese è quella deduttiva, i detective sono più che altro criminologi, geniali dilettanti, risolutori di rebus, che partono dal come per arrivare al chi.

I protagonisti, che si chiamino Holmes, Fell o Poirot, si trovano a proprio agio tra tazze di tè, famiglie blasonate, zie paralitiche, ninnoli vittoriani: le buone cose di pessimo gusto che hanno reso noto, altrove, Guido Gozzano.

L’ambientazione ideale per un detective inglese è la camera «chiusa» in cui un delitto è stato commesso.

La scuola americana è di tutt’altro genere: i detectives, l’eccentricità la coltivano nell’inconscio.

Alle stanze chiuse preferiscono le case chiuse, ai baronetti i bari, a interrogare il maggiordomo preferiscono spremere la padrona di casa, un tempo spogliarellista, potete scommetterci.

Edgar Allan Poe, poeta maledetto e riconosciuto “inventore” del genere, era americano.

Il suo detective partoriva la “scuola inglese” e la sua prima avventura si svolgeva a Parigi.

Un ibrido di gran classe.

Da “Gli assassinii della rue Morgue”, pubblicato nell’aprile del 1841, nasceva il giallo.

E la birra? si chiederanno i lettori assetati.

La birra nel “poliziesco” non è mai stata settaria.

Si è trasferita con la disponibilità di una ragazza “facile” in tempi “difficili”, da un continente all’altro.

Ha frequentato i pubs in cui Sherlock Holmes, camuffato da marinaio, s’informava sull’arrivo di una nave interrompendo l’iter delle tazze di tè dei suoi sospetti; si è barcamenata negli “speak easy” del proibizionismo in cui i segugi delle “dime novels” la correggevano con whisky che della Scozia aveva sentito soltanto parlare.

La birra era l’interludio, la cornice, il riposo del guerriero e la guerra del riposo.

Tingeva di biondo, di giallo, notti altrimenti bianche dei nottambuli eroi americani e dei salottieri enigmisti inglesi, che la alternavano a sherry.

Emigrava in Francia per caratterizzare le indagini umane di Maigret, il figlio meno prodigo di Simenon.

Era la più fedele compagna dei misogini deduttori inglesi e la meno infedele dei donnaioli, cinici e romantici «ficcanaso americani».

Vediamone qualcuno di questi eroi che la critica seriosa vuole da romanzo ferroviario, dimenticando il fascino dell’Orient Express.

John Dickson Carr, vate del romanzo poliziesco all’inglese e statunitense di nascita è, tra l’altro, il creatore di Gideon Fell.
Letterato storico latinista e criminologo, “gigione burbero adorabilmente buffonesco e autocaricaturale”, Fell è un erudito che frequenta le classi camere chiuse e misteri apparentemente soprannaturali.

Fisicamente assomiglia a Chesterton, l’autore di Padre Brown, suo collega: enorme, rubizzo, e grande bevitore di birra.

Non disdegna il vino, conosce la storia greca, ma è in, inappellabilmente inglese.

È ossessionato amabilmente da una piccola moglie che vorrebbe votato al tè, ma coi suoi studenti insegna storia, tra boccali di birra ed energici pugni sul tavolo, in atmosfere più evocative che specialistiche.

Fell sta scrivendo un’opera sintomaticamente accattivante: “II bere nella storia e nelle usanze inglesi, dalle origini ai giorni nostri”. Tra un’indagine e l’altra.

Simile come mole a Gideon Fell ma ancor più maggiormente votato alla birra Nero Wolfe, l’investigatore creato da Rex Stout il cui cognome, per i “birrofili” è di buon auspicio.

Rex Stout aveva esordito in letteratura intorno alla fine degli anni Venti con “How like a God” romanzo sperimentale con pennellate di esistenzialismo avanguardista.

L’accoglienza poco entusiastica della critica e del pubblico lo avevano fatto optare per il genere poliziesco.

Stout si sentiva un genio incompreso e allora decise di creare, sulla carta, un genio compreso: Nero Wolfe.

Con la creazione di Wolfe, Stout operò un innesto tra la scuola inglese e l’americana.

Nero, era di struttura inglese, Archie Goodwin, suo discepolo galoppino, di fattezze americane.

Wolfe è sedentario, non esce mai di casa, coltiva orchidee e beve birra in perenne contemplazione di se stesso.

Archie gira la città ponendo domande suggeritegli da Wolfe, baciando ragazze, prendendosi pugni e, ahimé, bevendo solo latte.

La prima affermazione che Stout fa fare a Wolfe nel suo primo romanzo “Fer de lance”, è indicativa.

Dopo cinque righe in cui il “genio” viene descritto, il neonato Wolfe vagisce un significativo «dov’è la birra?».

Altrove il grande detective dirà: “Adesso faremo gli scemi per qualche giorno con la servitù e cercheremo di scoprire chi ha messo l’avviso per il meccanico e via dicendo, ma siamo nel sacco com’è vero che nelle nostre vene scorre birra”.

E più avanti, indicando per gli appassionati dei due generi le sue abitudini: “Mi voglio ridurre a cinque litri al giorno. Dodici bottiglie. E ora vado a letto”.

I colleghi americani di Nero Wolfe sono spesso meno moderati.

Se non altro nelle dichiarazioni.

Dopo aver esaminato Fell per la scuola inglese e Stout per l’apolidicità del genere, è doveroso un esame con assoluzione della scuola americana.

Contrariamente alle apparenze, gli eroi che hanno goduto il diritto di cittadinanza in letteratura sono stati proprio i “private eyes” americani, meno sofisticati dei loro precursori inglesi, più crudi, spesso grandguignoleschi, ma riconosciutamente umani.

Sempre negli anni Venti-Trenta, nasce negli Stati Uniti Black Mask, rivista diretta dal capitano Shaw il quale inaugura un nuovo genere poliziesco che, all’insegna del crudo realismo, sfocerà in letteratura con Dashell Hammett e influenzerà anche Hemingway e Faulkner.

Hammett creerà Sam spade, che Bogart nel 1941 interpreterà sullo schermo nel «Falcone maltese».

Successivamente Bogart mitizzerà Philip Marlowe, per i più in versione cinematografica.

Marlowe è il personaggio alter ego di Raymond Chandler che, tra l’altro, aveva detto del suo precursore: “Hammett ha restituito il delitto alla gente che lo commette per ragioni vere e solide…

Ha messo sulla carta i suoi personaggi così com’erano, e li ha fatti parlare e pensare nella lingua che usa di solito”.

Marlowe è “il miglior uomo di questo mondo e un uomo abbastanza buono per qualsiasi mondo”.

A volte è decadente, ma mai decaduto; è l’uomo solo che combatte un sistema di cui talvolta ama i protagonisti.

Marlowe odia i liquori dolci.

Le sue preferenze si orientano sulla birra chiara e una bottiglia di Four Roses che tiene nel cassetto della scrivania.

A seguire Marlowe nella passione per la birra è Lew Archer, detective californiano, creato da Ross Mac Donald arrivato a Hollywood con il volto di Paul Newmann.

Nei romanzi, Lew Archer è meno bello ma beve più birra, principalmente scura, Bass o Black Horse, il che ci fa presumere che vivrà cent’anni.

Ultimo grande arrivato tra i detective che bevono birra è Spencer, investigatore privato di Robert B. Parker.

Spencer è, insieme a Wolfe, il personaggio con un rapporto con la birra più ricorrente.

Il nome Spencer è forse una citazione-omaggio a Chandler che aveva chiamato il suo detective Marlowe.

Il nome di un poeta inglese pare sia di buon auspicio per un carismatico detective americano.

Robert B. Parker è nato nel ‘32 sa quindi ‘fondere Hammett Chandler e Mac Donald a un suo moralismo di fondo, che affiora dal cinismo talmente gratuito che il suo Spencer si sente in dovere di regalare’.

Parker fa risalire il suo eroe alla tradizione cavalleresca.

Spencer uccide il drago e salva la principessa.

Il suo eroe sa che i draghi non sono sempre tanto draghi e le principesse non sempre tanto principesse, ma ha una coscienza.

Sportivo ma colto, manesco ma romantico Spencer al contrario di tutti i suo predecessori non fuma, ma beve quasi esclusivamente birra.

Lasciamolo parlare: “Tickner finì il suo Negroni – bevete solo birra Spencer? – Il cameriere fu subito di ritorno con una lager per me e un altro Negroni per Tickner”, “no, delle volte bevo vino”, “niente liquori?”, “raramente, non mi piacciono, mi piace la birra”, “e naturalmente fate sempre quello che vi piace”.

Lapidario, virile e deciso, Spenser non ignora, come il suo omonimo poeta inglese, che i più antichi cantori anglosassoni, Caedmon o Cynewulf, autentici “indagatori” dell’animo umano, non potevano evocare vittorie, amori, speranze e rimpianti, senza un boccale di birra.

Chesterton, il già citato autore di Padre Brown, dichiarato bevitore di birra, fu sorpreso a Fleet Street una taverna a sorseggiare impunemente una limonata.

Sia dalla “scuola inglese” che da quella “americana”, sarebbe stato espulso.

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