BrewDog: C’era una volta un birrificio che voleva cambiare il mondo.

BrewDog: C’era una volta un birrificio che voleva cambiare il mondo.

Non è l’inizio di una fiaba e il finale a sorpresa, a giudicare dalle facce dei 220.000 piccoli azionisti, non è quello atteso.

BrewDog, il brand craft più iconico e irriverente del Regno Unito, fondato nel 2007 da due ventiquattrenni scozzesi con la missione dichiarata di “ribaltare il settore birrario”, è stato acquistato da Tilray Brands – gruppo canadese-statunitense attivo in cannabis, bevande alcoliche e wellness – per la modica cifra di 33 milioni di sterline, poco meno di 40 milioni di euro. Una somma che, per chi ha seguito le vicende di questo birrificio, suona come una sconfitta rispetto alla valutazione di 2 miliardi di sterline raggiunta nel momento di massimo splendore.

Il conto è presto fatto: una perdita di valore del 98,35%. Quasi un record.

“Equity for Punks”: investire nella rivoluzione, un sorso alla volta

La storia di BrewDog non sarebbe completa senza raccontare il capitolo oggi più amaro della sua epopea: il programma “Equity for Punks”. Tra il 2009 e il 2021, James Watt e Martin Dickie convincono migliaia di appassionati di birra a diventare stakeholder del birrificio. Il messaggio era semplice, seducente, efficacissimo: smettila di finanziare le multinazionali, investi nella rivoluzione craft, diventa parte di qualcosa di grande.

In tutto, circa 220.000 persone hanno aderito, versando complessivamente 75 milioni di sterline in varie operazioni di crowdfunding.

In cambio hanno ricevuto sconti, vantaggi esclusivi e – soprattutto – la soddisfazione morale di essere “punk” anche nel portafoglio. Ora che la vendita è avvenuta per 33 milioni, il recupero di quelle risorse appare, per usare un eufemismo, “improbabile”.

Richard Fisher e le 2.181 pinte che non ha bevuto

Dentro le grandi storie ci sono spesso anche piccole storie che non sempre vengono alla ribalta. Richard Fisher è una di queste.

Cinquantotto anni, del Suffolk, ex consulente di piccole imprese, homebrewer e amante delle birre craft, quando scoprì la proposta “Equity for Punks”, fu letteralmente folgorato.

Finanziare un birrificio anticonformista, indipendente, in un certo senso ribelle gli era sembrata un’ottima idea.

Richard Fisher

Così, mentre la maggior parte degli investitori si accontentava di versare circa 500 sterline per qualche azione dal costo unitario di 20-30 sterline, Richard, affascinato dal progetto, decise di investire 12.000 sterline. Un investimento convinto, visionario.

Oggi, seduto al banco del suo pub preferito con una pinta davanti, Richard fa i conti. E i conti, purtroppo, tornano benissimo: con 12.000 sterline – considerando la media nazionale del prezzo della birra – avrebbe potuto bersi circa 2.181 pinte. Quasi tre pinte al giorno per due anni interi, considerando anche qualche giornata di riposo forzato. Una scelta che avrebbe fatto felice anche il suo publican. Ma le cose sono andate diversamente.

Dalla Scozia alla conquista del mondo

Per capire la portata del crollo occorre ricordare l’ampiezza dell’ascesa. Nati nel 2007 a nord di Aberdeen con un approccio volutamente controcorrente, Watt e Dickie avevano costruito in pochi anni un impero: oltre cento pub in più di cinquanta paesi, una comunicazione brillante e volutamente provocatoria, campagne pubblicitarie che facevano discutere e – soprattutto – una valutazione da 2 miliardi di sterline che sembrava destinata a crescere ancora.

Poi, come spesso accade alle storie che si costruiscono troppo in fretta, qualcosa si è incrinato. Scandali interni, accuse di bullismo sul posto di lavoro, crisi dei profitti. Nel 2017 già il 22% dell’azienda era finito nelle mani della società di investimenti TSG Consumer Partners. Un segnale, in retrospettiva, che avrebbe dovuto far riflettere.

Oggi l’acquisizione da parte di Tilray Brands prevede la chiusura di 38 pub nel Regno Unito e il licenziamento di 484 persone. Resteranno aperti 18 locali tra quelli nel Regno Unito e all’estero. Anche in Italia i locali a marchio BrewDog hanno avuto le loro vicissitudini, una sorta di anticipazione profetica di quello che sarebbe successo.

I fondatori James Watt e Martin Dickie resteranno come azionisti assicurando continuità, si spera, all’azienda.

Tilray Brands, la nuova proprietà, è un gruppo che tratta cannabis, bevande, alcolici e wellness, e che negli ultimi anni ha costruito una piattaforma di birrifici craft negli Stati Uniti. La cosiddetta “irriverenza” di BrewDog, insomma, finisce in un ricco portafoglio di birrifici craft, insieme alle tisane e ai derivati della cannabis. La rivoluzione punk, in fondo, è stata un buon affare per qualcuno. Non certo per Richard Fisher né per i 220.000 piccoli azionisti, che ci avevano creduto.

by Dammiunabirra.it

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