Dai primi birrifici italiani a Renzo Arbore

Dai primi birrifici italiani a Renzo Arbore

Se si parla di birrifici, risale al 1789, l’anno della Rivoluzione Francese, la notizia documentata storicamente della “prima” fabbrica italiana di birra, fondata a Nizza Marittima, dal 1860 divenuto territorio francese, da G.B. Ketter, cittadino sabaudo di origine svizzera.

Nel 1828 è la volta di un austriaco, Franz Xavier Wührer, che si trasferisce nel Lombardo-Veneto e crea a Brescia il primo birrificio realmente italiano, dando vita a una dinastia di birrai.

birrifici
Un’immagine del birrificio fondato da Franz Wührer a Brescia in viale della Bornata; l’edificio non è più esistente ma è rimasta ed è tuttora attiva l’Antica Birreria Wührer che faceva parte del complesso.

Nella prima metà dell’Ottocento, grazie all’abbondanza di acqua e di ghiaccio, è soprattutto nell’Italia settentrionale che si concentranoi nuovi birrifici: Zimmermann ad Aosta (1837), Degiacomi a Borgofranco d’Ivrea (1840), Peroni a Vigevano (1846) e la Menabrea a Biella (1846), il più antico birrificio d’Italia che tuttora ha sede a Biella, dove è stato fondato.

Ben 150 birrifici a fine ‘800

Con il passare del tempo e il progredire dei processi di fabbricazione nascono birrifici un po’ dappertutto, come la Ronzani a Bologna, la Peroni a Roma e la Moretti a Udine, la Bosio&Caratsch a Torino.

Alla fine del secolo le fabbriche attive nel Regno d’Italia si stima fossero circa 150.

Nel 1913, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, la produzione birraria italiana giunse alla invidiabile produzione di oltre 557.000 ettolitri, una bella cifra considerando il periodo e il fatto che la birra era ancora molto lontana dal far parte del quotidiano degli italiani.

Tra le ditte che fabbricavano birra in quegli anni sono annoverati nomi che ancor oggi mantengono un grosso rilievo nel nostro Paese, anche se oggi la proprietà, in diversi casi, è passata nelle mani di gruppi multinazionali.

La Birra Peroni, oggi di proprietà del Gruppo giapponese Asahi, la Wührer oggi è rimasto il marchio di proprietà di Birra Peroni;

Birra Poretti è ancora attiva la sede storica a Vedano Olona, in provincia di Varese, ma da anni è diventata Carlsberg Italia, di proprietà del Gruppo danese Carlsberg;

la Moretti oggi è solo un marchio di proprietà del gruppo olandese Heineken;

la Menabrea è tuttora attiva in quel di Biella, dove produce le sue birre ed è stata acquisita da diversi anni dalla Birra Forst, che ha sede a Lagundo, a poca distanza da Merano e che è entrata far parte del territorio italiano alla fine del conflitto mondiale; così come avvenuto per la Dreher di Trieste, attualmente marchio di proprietà di Heineken,.

Con l’avvento del fascismo e la conseguente autarchia, la produzione ed il numero dei birrifici calarono notevolmentemente.

Questa politica di autarchia coinvolgeva le importazioni di malto, luppolo e altri materiali per la fabbricazione della birra.

Ma non fu questa l’unica causa a determinare il calo della produzione, ci fu anche un aumento dell’imposta sulla fabbricazione della birra.

Una originale birreria allestita dalla Menabrea per una manifestazione fieristica.

Influirono poi il basso prezzo del vino e la “campagna del grano” che tolse molto spazio alla coltivazione dell’orzo.

Sull’onda dello slogan: “Chi beve birra campa cent’anni”, i birrai rimasti riuscirono però nell’intento di far ripartire la produzione nazionale, che nel 1940 toccò la ragguardevole cifra di 830.000 ettolitri.

Dopo la seconda guerra mondiale, durante la quale veniva prodotta birra per le truppe tedesche, l’impennata produttiva condusse l’industria brassicola italiana a superare, nel 1948, l’ambita soglia del milione di ettolitri.

All’inizio degli Anni Cinquanta ha inizio un processo tuttora irreversibile: l’aumento dei consumi e la concentrazione dei punti di produzione.

Probanti le cifre, in quanto si passa da 1.549.000 ettolitri nel ’50 ai 2.092.000 del ’59.

Nel 1969 la produzione ha toccato quota 5.750.000 ettolitri, il che significa che si passa da poco più di 3 litri pro capite del ’50 ai quasi 11 litri di vent’anni dopo.

Ciò si verifica per diversi motivi, che vanno dalla maggior disponibilità economica, all’accresciuto desiderio degli italiani di viaggiare all’estero e scoprire paesi dove la birra era prevalentemente e alla inesauribile sete di novità.

In coincidenza con gli Anni Settanta viene registrato l’avvento delle multinazionali birrarie in Italia, che si insediano in un mercato in costante crescita.

Arriva l’olandese Heineken nel 1975, seguita cinque anni dopo dal colosso francese Bsn nota per il suo marchio leader Kronenbourg e da quello danese noto per le celeberrime Carlsberg e Tuborg.

Inizia il Boom dei consumi

Il grande boom della birra nella nostra Penisola si è però verificato a cavallo degli Anni Settanta e Ottanta, allorchè il consumo pro capite è passato da 12,79 litri nel 1975 ai 21,7 litri nel 1985, passando per i 16,7 del 1980.

In quegli anni di crescita di consumi l’Italia diventa il Paese europeo che importa la maggior percentuale di birra (17,9%) rispetto alla sua produzione totale.

Le birre d’importazione arrivavano dalla Germania, dalla Danimarca, dall’Olanda, Francia, Belgio, Austria, Gran Bretagna, Cecoslovacchia e altri Paesi ancora, tradizionalmente birrari.

Grande apporto alla crescita dei consumi di birra nel nostro paese venne dato da alcune memorabili campagne pubblicitarie, promosse dall’associazione, oggi Assobirra, che riuniva i birrifici del nostro paese.

Il successo della pubblicità collettiva

Con l’inizio degli anni ‘80, con Arbore si apre una nuova fase e l’industria birraria italiana continua la sua evoluzione.

Su tutte, la campagna pubblicitaria di maggior successo fu quella che vedeva renzo Arbore come testimonial, personaggio di indubbia simpatia e intelligenza con il suo “Birra e sai cosa bevi” e “Meditate gente, meditate”

Renzo Arbore testimonial di grande successo della campagna collettiva birra degli anni ’80.

La serie di campagne pubblicitarie collettive promosse dalle aziende birrarie italiane ebbe il merito di far crescere i consumi di birra nel nostro paese e di elevarne l’immagine ma perse la sua efficacia nelle ultime edizioni, quando i birrifici italiani, che le finanziavano, si accorsero che le vendite crescevano in totale ma, proporzionalmente, crescevano di più quelle relative alle birre d’importazione.

Le ultime campagne furono così dedicate messaggi che avrebbero dovuto privilegiare la produzione di casa nostra, ma che non raggiunsero l’effetto desiderato.

Così la campagna collettiva, che ebbe tanto successo, venne abbandonata e ogni azienda proseguì la comunicazione per suo conto.

Alla fine degli anni ‘80 si chiude così una parte importante della storia della birra in Italia e inizia un nuova fase, quella del dopo Arbore, che vedrà una continua evoluzione sia della produzione italiana, sia delle birre d’importazione.

Una storia quella che ci porterà agli inizi degli anni 2000, ricca di colpi di scena, di acquisizioni, di novità che porterà la birra e diventare sempre più protagonista e a raggiungere i 28 litri pro capite.

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