La birra e il mare.

La birra e il mare.

In mare, in epoche passate, la birra era molto apprezzata, era un’indispensabile bevanda.

Mentre l’acqua si deteriorava in breve tempo e causava gravi malattie, tra le quali scorbuto e dissenteria, le più temute e frequenti nella birra, per la sua gradazione alcolica, non si formano batteri patogeni.

Per i marinai la vita a bordo è sempre stata dura.

I viaggi nei tempi antichi erano interminabili, passavano mesi senza potersi rifornire di viveri freschi, e le bevande si deterioravano in poco tempo.

Magellano, nel novembre 1520, passò lo stretto che divide la Terra del Fuoco dal continente sudamericano, seguendo la costa cilena verso nord-ovest fino all’8 marzo 1521.

Su questa rotta trovò due isole, che chiamò «Sfortunate», per la mancanza di un punto cui ancorarsi.

Dovette comunque fermarsi per rifornirsi di cibo e d’acqua, considerando che quella a bordo era ormai imbevibile.

Antonio Pigafetta, che partecipava al viaggio, scrisse sul diario di bordo: “Le gallette sono ridotte in polvere e infestate dai vermi, l’acqua è marcia e ci si nutre di corame. Per un topo si paga mezzo ducato!”.

L’esperienza di Magellano fece sì che migliorasse l’organizzazione per gli altri viaggi.

Un aiuto venne dagli indios del Perù, i quali fabbricavano ottimi recipienti di terracotta, usati per conservare la loro birra di mais, chiamata Chicha.

Gli spagnoli, ingegnosamente, le utilizzavano fissandole alle paratie della nave per riempirle d’acqua piovana, canalizzandola mediante teloni che stendevano inclinati fra le sartie.

I marinai invero non apprezzavano molto quest’acqua, la prendevano appena in considerazione per diluire le loro razioni giornaliere di rum, preferivano la Chica.

Dalla Chica alle Ales alla Mumme.

Ma anche nel Nord-Europa i marinai volevano birra.

I Vichinghi ne avevano con sé durante le loro scorribande e, infatti, nelle cronache del XVI e XVII secolo si descrivono le incredibili quantità di birra che dovevano essere caricate sulle loro navi che salpavano per i lunghi viaggi.

Dopo quella con le tre Caravelle di Colombo, la traversata più famosa del l’Atlantico fu quella della Mayflower che portò i pellegrini puritani in America.

Essi partirono il 6 settembre 1620 da Plymouth, diretti a Jamestown, dove già s’era insediata una colonia inglese.

Ma dovettero approdare nei pressi dell’odierna Boston, nel Massachusettes, perchè la birra scarseggiava.

Pur essendone stata caricata un’ingente quantità, i venti contrari avevano prolungato la durata del viaggio, per cui il consumo fu molto superiore al previsto.

Il rischio di rimanere senza birra gli fece cambiare programma, così che venne fondata sulla costa orientale dell’America la città di Plymouth, omonima di quella da cui erano partiti.

Esistevano già allora birre note per la loro lunga conservabilità: la Mumme, una birra di Braunschweig, era la più ambita. Una birra scura, forte, ricca di sostanze e quindi anche di vitamine. Prodotta per la prima volta da un certo Christian Mumme nel 1489, andava a ruba fra i naviganti del Nord-Europa.

La India Pale Ale salpava per mare verso le Indie Orientali.

II Inghilterra, più tardi, venne prodotta la famosa lndia Pale Ale, con la quale si rifornivano i colonizzatori inglesi delle lndie.

Di colore ambrato, forte d’aroma per l’ingente quantità di malto impiegato, ancora oggi è uno delle più apprezzate birra inglesi.

Il Mare del Nord è stato da sempre teatro di un gran movimento navale: già dal la seconda metà del 1500 le statistiche parlano di 4.000 navi in transito su questi mari per il trasporto di una vasta gamma di articoli e prodotti lungo le coste dell’Europa del nord: fra cui… tanta birra!

Sulle grosse navi dell’Hansa, la lega formata da un gruppo di città del Mare del Nord, non mancava mai la birra, della quale gli scandinavi erano molto ghiotti.

Malgrado la proibizione fin dai tempi di Re Hakon, il quale riteneva la birra un prodotto di lusso, per la scarsità di cereali, ne importavano grandi quantità.

Altri esempi curiosi e significativi sottolineano il solido legame birra-mare nei paesi nordici.

I pescatori si recavano al porto di Bergen, una città nel sud ovest della Norvegia, non tanto per vendere il loro pesce, quanto per comperare birra dalle navi in arrivo.

La birra arrivava per lo più dalle città che si specchiavano sul mare del Nord la cui tradizione birraria è, con quella inglese e fiamminga, la più solida.

Le coste toccate dalla flotta dell’Hansa si estendevano fino alla Spagna e all’Italia.

Per questo probabilmente le doti salutari oltre che la qualità della birra del Nord erano note fin dai tempi alla scuola di medicina salernitana.

Amburgo il grande porto del Nord.

Nella sola Amburgo esistevano nel 1367 ben 531 fabbriche di birra con una popolazione di appena 8000 abitanti. L’esportazione per mare era quindi rilevante, una quantità pari a 150.000 ettolitri, un volume per l’epoca davvero enorme.

Ma il movimemo di navi ad Amburgo già a quei tempi era grande e i soli rifornimenti di birra per le navi stesse, giocava un ruolo assai importante: si calcolava in 8 litri al giorno la dotazione a marinaio.

Le birre destinate alla navigazione dovevano essere particolarmente stabili.

I birrai di Amburgo erano dei maestri in questo campo: i loro prodotti si distinguevano e venivano controllati severamente per essere siglati come prodotti «di marca».

Fra i più importanti clienti delle birre di Amburgo c’erano la Frisia e la Fiandria.

Niente ammutinamenti con la birra a bordo.

Ma nonostante l’espandersi del commercio per mare, per i viaggi molto lunghi, come quelli con destinazione le Indie, il problema del rifornimento di bevande rimaneva grave, tanto che si era inventato un rudimentale distillatore d’acqua salina con il quale si poteva ottenere qualche gallone d’acqua dolce per i momenti drammatici, con grave dispendio d’energia, peraltro assai scarsa sulle navi.

James Cook, uno dei più impavidi navigatori di tutti i tempi, raccontava spesso episodi in cui si dovette mettere in funzione questo aggeggio, ma più come castigo di Dio che come salvezza per il suo equipaggio.

Ai marinai inglesi si poteva chiedere molto, praticamente tutto ciò che era umano e anche qualcosa di più, ma non si doveva chiudere loro il rubinetto della birra!

Il birrificio di guerra della U.S. NAVY.

In tempi recenti, la nave che ha goduto della più grande popolarità legata alla birra, è stata senza dubbio la SS Menestheus che, salpata dalle coste della California verso la fine dell’ultima guerra mondiale, ha portato grande sollievo e molta salute alle truppe combattenti nell’Estremo Oriente dove regnava una gran penuria di tutto ciò che poteva allietare chi stava difendendo con la propria vita, la libertà del mondo occidentale.

Questa nave che stazzava ben 11.000 tonnellate fu trasformata in una fabbrica di birra galleggiante, dotata di 8 grandi cisterne d’acqua che venivano rifornite nelle basi dell’Occidente.

La nave imbarcava diversi silos pieni di malto, una cella frigorifera per il luppolo, e naturalmente la sala di cottura, i tini di fermentazione, le cantine di deposito in fondo alla stiva per la maturazione.

I due ufficiali brewmaster, Lance Mc Mullen e George Brown, erano per buona parte della U.S. Navy, altrettanto popolari quanto Marylin Monroe.

La birra prodotta a bordo era chiamata Davy Jones-Ale e bastava pronunciarne il nome per riportare buon umore e sorrisi fra gli uomini stremati dagli sforzi e dalla calura dei mari del Sud.

La birra rimase comunque la bevanda più utile e preferita, anche se oggi la razione sulle navi inglesi è diminuita dai 5 litri di una volta al litro di oggi.

Si trattò comunque di un’eccezione in quanto nel 1914 negli USA era stata emanata una legge che vietava di bere bevande alcoliche a bordo delle navi militari, con grande soddisfazione dei tanti locali, sempre presenti nelle zone portuali, che venivano prosciugati ad ogni attracco.

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